
25) Il problema dell'anima.
Il problema dell'anima fu uno dei pi difficili e complessi
suscitati dagli scritti di Aristotele. Tommaso polemizza con la
dottrina averroista, sostenuta nel mondo latino da Sigieri di
Brabante e dai suoi seguaci, sull'intelletto passivo, separato dal
corpo ed unico per tutta la specie umana, che portava alla
negazione dell'anima individuale. In gioco vi era il rapporto fra
l'impersonalit della ragione epistemica e le pretese della
religione di affermare l'anima personale e immortale della stessa.
De unitate intellectus, 5, 119-124 (vedi manuale pagina 236-237).
E' falso pertanto ci ch'essi affermano, essere un principio di
tutti i filosofi, s arabi che peripatetici, eccezion fatta dei
latini, che l'intelletto non possa molteplicarsi numericamente.
Algazel infatti non era latino, ma arabo. Ed anche Avicenna, che
pure era arabo, dice cos nel suo libro Dell'anima: La prudenza e
la stoltezza, l'opinione ed altre cose siffatte non sono se non
nell'essenza dell'anima... Dunque le anime non sono una sola, ma
molte di numero, ed una sola  la specie di esse.
E per non omettere i greci, riporteremo le parole di Temistio nel
suo commento al De anima. Essendosi chiesto se l'intelletto agente
sia uno solo o molteplice, egli risolve il problema dicendo:
Ovvero si deve credere che il primo intelletto che c'illumina 
uno solo, ma che gl'intelletti illuminati, i quali illuminano alla
loro volta, son molti. Il sole infatti  uno solo, ma tu dovrai
riconoscere che la sua luce  distribuita, dividendosi in qualche
modo, a molti occhi. Perci [Aristotele] compar l'intelletto
[agente] non al sole ma alla luce; Platone invece al sole. E'
chiaro dunque dalle parole di Temistio, che neppure l'intelletto
agente, del quale parla Aristotele,  uno solo, che pure 
intelletto illuminante; tanto meno l'intelletto possibile che 
illuminato; pure  vero che la prima sorgente dell'illuminazione 
una sola, cio una qualche sostanza separata, o Dio secondo i
cattolici, o l'ultima delle intelligenze secondo Avicenna.
Temistio dimostra l'unit di siffatto principio separato con
questo argomento, che chi insegna e chi impara intendono la stessa
cosa; il che non accadrebbe se non vi fosse uno stesso principio
che li illumina ambedue. Pure  vero quel che dice appresso, che
cio taluni dubitavano se l'intelletto possibile  uno solo oppure
no.
N di questo egli dice altro, poich il suo intento non era di
soffermarsi sulle diverse opinioni dei filosofi, bens quello di
esporre i pareri di Aristotele, di Platone e di Teofrasto. Perci
egli conclude, alla fine: Ma come dicevano, lo stabilire qual 
l'opinione dei filosofi,  oggetto di particolare studio e
ricerca, Pure, qual fosse il pensiero di Aristotele, di Teofrasto
e dello stesso Platone su questo argomento,  agevole ricavarlo
dai loro detti che qui abbiamo riferito.
Dunque  evidente, che Aristotele e Teofrasto e lo stesso Platone
non ritennero affatto, come principio, che l'intelletto possibile
fosse uno solo in tutti gli uomini. Ed  evidente del pari, che
Averro deforma la dottrina di Temistio e di Teofrasto
sull'intelletto possibile ed agente.
S che sorprende come taluni, i quali non conoscono che il
commento d'Averro, osino affermare, come lui, che questo fu il
pensiero di tutti i filosofi, greci ed arabi, eccettuati soltanto
i latini.
Anche la maggior meraviglia, o piuttosto indignazione suscita il
linguaggio di chi, professandosi cristiano, osa parlar della fede
cristiana con tanta irriverenza; come quando dice che i latini non
accolgono questa dottrina dell'unit dell'intelletto, per i loro
principii, perch forse la loro legge vi s'oppone. Ove son da
biasimare due cose: primo, il dubitare che ci sia contrario alla
fede; secondo, il mostrarsi estraneo a questa legge. Dopo di che
egli osserva: Questa  la ragione per la quale i cattolici
sembrano tenere la loro posizione; - ov'egli chiama posizione la
dottrina della fede.
N riveste il carattere di minor presunzione quello ch'egli osa
asserire dipoi, che cio Dio non potrebbe far s che vi fossero
molti intelletti, perch implica contaddizione.
Ma anche pi grave  quel che soggiunge: Per via di ragione
concludo necessariamente, esservi un solo intelletto di numero;
tuttavia per fede tengo il contrario. Dunque egli pensa che possa
esservi fede di talune cose, delle quali si pu dimostrare
apoditticamente il contrario. Ora, siccome non pu dimostrarsi
apoditticamente se non un vero necessario, l'opposto del quale 
falso ed assurdo, ne viene di conseguenza, a stare ai sui detti,
che la fede ha per oggetto il falso e l'impossibile, cio quello
che neanche Dio potrebbe fare: la qual cosa non pu esser
tollerata da orecchie di fedeli.
N  scevro di grande temerit il modo com'egli presume discutere
di cose che non concernono la filosofia, ma unicamente la fede;
come, per esempio, se l'anima soffra del fuoco dell'inferno, e il
dire che son da biasimare gl'insegnamenti dei Dottori su questo
punto. Allo stesso modo egli potrebbe mettersi a disputare sulla
Trinit, sull'Incarnazione e su argomenti consimili, dei quali non
potrebbe parlare se non come chi va a tentoni.
Queste cose pertanto abbiamo scritto per confondere il predetto
errore, senza far uso dei documenti della fede, sibbene degli
argomenti e delle testimonianze dei filosofi. Che se taluno,
gloriandosi d'una falsa scienza, ha qualcosa da dire contro quanto
abbiamo scritto, non parli negli angoli n davanti a fanciulli che
non sanno giudicare di questioni s ardue, ma impugni questo
scritto, se ne ha l'ardire, e trover non solo me, che sono il
minimo di tutti, ma molti altri cultori della verit, i quali si
opporranno al suo errore, o provvederanno a smascherarne
l'ignoranza

     (San Tommaso d'Aquino, Trattato sull'unit dell'intelletto
contro gli averroisti,
Sansoni, Firenze, 1947, pagine 184-189)

